Paesaggi Umani: Appunti tecnici da Antonio Rezza e informazioni utili sui Paesaggi Sonori
- Postato da Enrico Corinti in data 29 Aprile 2008, nelle categorie: Comunanze, Arteria Community, partecipazione, performing media, intelligenza connettiva, social networking territoriale, videocrazia, paesaggi, paesaggi umani, paesaggi sonori, eventi
Informazioni sui luoghi che ospiteranno l’evento, da scaricare (in formato .pdf).
Maratona Video-Esplorativa
Paesaggi Sonori
Estratto da “Appunti per la maratona video-esplorativa indagine del territorio con tre telecamere”
di Flavia Mastrella e Antonio Rezza con i ragazzi della Sindrome Comune

La prima macchina verrà usata dai partecipanti per intervistare chi vorrà essere interpellato.
La seconda macchina servirà a dare una visione di insieme degli intervistati. Dovrà descrivere
i personaggi e il loro contesto spaziale.
La terza macchina esplorerà l’azione nel suo contesto. Descrive la troupe al lavoro e mette a
fuoco le personalità attive nel gruppo.
Eviteremo l’uso di altre macchine per scongiurare il pericolo di troppo materiale che
renderebbe impossibile un eventuale montaggio.
Primo giorno
Il primo giorno, appena arrivati, in tarda mattinata, daremo inizio alla danza. Si parlerà dell’improvvisazione che presuppone un atteggiamento aperto ma a tratti autoritario. Nel disordine l’azione spontanea diventa violenza, perciò, ogni partecipante dovrà essere in armonia con gli altri del suo gruppo e con gli intervistati.
Andremo a decidere i temi da affrontare: il rapporto con la città, la giornata tipo degli intervistati, le storie e i pettegolezzi che diventano mitologia. Ogni ragazzo partecipante al laboratorio potrà scegliere un argomento da esplorare e scrivere
qualche domanda da fare. Sarà inevitabile, durante le interviste, che il discorso derivi verso altre riflessioni. In quel caso
l’intervistatore di turno dovrà adattarsi per esaltare la digressione fornita dall’intervistato.
Dopo la parte teorica andremo a fare degli esperimenti con le videocamere per verificare le attitudini di ognuno e le possibilità offerte dai mezzi a disposizione. La macchina non deve diventare un impaccio che può inibire la spontaneità. Porteremo con noi degli schermi riflettenti che verranno usati per l’illuminazione. Nel pomeriggio faremo qualche esperimento per insegnare a dare luce con il sole. L’ultima fase del primo giorno sarà formare i gruppi interessati alle varie discipline:

Organizzazione
Operatori della prima macchina
Operatori della seconda macchina
Operatori back stage
Intervistatori
Luci
Audio
Fotografi di scena
Aiuto operatori
Grafici
Scrittori
Per motivi di tempo dovremo decidere prima i paesi da esplorare in base al gusto personale dei partecipanti al laboratorio, evitando sopralluoghi che potrebbero già disporre l’indole e privare il lavoro di una indispensabile disinvoltura.
Ci sposteremo in macchina alla volta dei paesi scelti. In caso di situazione interessante ci sarà uno stop con il gruppo pronto a entrare in azione. Il gruppo dei parecipanti dovrà sempre essere compatto.
Dalle ore 18 avrà inizio il montaggio dello spettacolo “Io”
Prima dello spettacolo proietteremo una puntata di “Troppolitani” per far vedere ai ragazzi come lavoravamo noi durante le nostre interviste a corpo morto.
Secondo giorno
Alle ore 9 ci ritroveremo tutti nella piazza principale del primo paese da esplorare deciso il giorno prima.
Inizia l’esplorazione: con spavalderia affrontare il territorio, con dolcezza affrontare gli intervistati.
La video esplorazione finirà verso le ore 17. Dopo daremo un occhiata alle immagini, sceglieremo le situazioni migliori e faremo una chiacchierata sul montaggio, sulla sequenza degli eventi, sui titoli di testa e di coda.
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Ci siamo, tra qualche giorno si parte!
Comunanze.net

1 Maggio 2008, 18:51
ma perché dite che fate sto streaming di paesaggiumani 2008 sui flyer ed alla fine non siete manco capaci a farlo !!!!!
sòla !!!
1 Maggio 2008, 21:45
a proposito di Paesaggi Sonori metto qui un contributo teorico relativo ad un testo che ho scritto per la riedizione (30 anni dopo) del Treno di John Cage. Un’esperineza emblematico sul paesaggio sonoro della tratta ferroviaria Bologna-Porretta Terme.
Il teatro dell’ascolto 2.0
“La musica è i suoni: i suoni che ci circondano, ci si trovi o no in una sala da concerto…”
E’ da questo suggerimento di John Cage che è possibile partire per ripercorrere le tracce di uno degli happening più emblematici del nostro tempo. “Il Treno di John Cage” nel giugno del 1978 segnò uno spartiacque nella cultura musicale. Una sottile linea discriminante tra chi pensa solo alla musica come un’espressione artistica che orbita intorno ad un sistema tonale ( ma anche oltre) e chi crede che la musica sia solo una componente di un più vasto universo sonoro nei confronti del quale non c’è che da affinare le arti proprie dell’ascolto.
“Il Treno di John Cage” si sviluppò in “tre escursioni per treno preparato”, coniugando l’happening d’ispirazione Fluxus (il movimento neo-dada di cui Cage fu uno dei perni) con un’opera tesa a rendere esplicita l’idea di Paesaggio Sonoro.
Questo termine era stato lanciato da Raymond Murray Schafer che con il suo libro “Soundscapes” del 1977 aveva tracciato una pista fondamentale per le nuove sensibilità della ricerca sonora. Ma è con il treno di John Cage che ha preso forma un grande gioco partecipativo, fondamentalmente ludico, che ha permesso di liberare un’energia sociale che proprio in quegli anni conflittuali, in Italia in particolare, era andata dispersa in un antagonismo senza respiro. Un’energia desiderante che il Movimento del ’77 era riuscito anche ad esprimere attraverso la sua ”ala creativa” ma che rimase sepolta dalle macerie dello scontro al rialzo.
La mia memoria per quella straordinaria opportunità offerta da Cage ( e dal teatro Comunale di Bologna) è prima di tutto densa di gratitudine per avere creato, in quegli anni così incasinati e amari, un’eco che ha messo in risonanza quell’energia desiderante dissipata.
Allora, su quel treno, ascoltavo divertito, meravigliato, sollecitato e prendevo appunti per un articolo da scrivere. Allo stesso tempo acquisivo un imprinting che mi avrebbe permesso un paio di anni più tardi di fare radio, per la trasmissione del pomeriggio “Un Certo Discorso”, (RadioTre) di un ciclo definito “Materiali di un viaggio nel Mezzogiorno”, una sorta di blog radiofonico. Molto probabilmente non sarebbe successo se non avessi vissuto quell’esperienza nel treno. Vallo a sapere. E seguendo questa pista (quella dell’imprinting) rifletto a come quel “Grande Gioco” basato sul principio partecipativo dell’happening sia alla base della mia attenzione su ciò che definisco la “via ludico-partecipativa alla cittadinanza digitale” che si sta sviluppando ora sull’onda del blogging e del social tagging. Tendenze che stanno dando corpo al fenomeno del web 2.0, ovvero la rete prodotta dai suoi utenti. E’ in linea con questa combinazione logica che penso a quanto la condizione percettiva di un paesaggio sonoro sia direttamente proporzionale alla nostra capacità di esprimere un “teatro dell’ascolto”. E intrecciando gli elementi che ho appena disposto in questo ragionamento, arrivo ad affermare, a proposito di questa nuova edizione del treno di John Cage, a qualcosa che definisco teatro dell’ascolto 2.0. Prima di tutto perché ciò che tende a rilanciare è la qualità partecipativa all’happening, dove il valore risiede nella produzione creativa dei suoi utenti, gli ascoltatori.
L’ascoltatore è il produttore del proprio ascolto, inteso sia come “azione” sia come “risultato dell’attenzione”, un valore attivo, creativo. Il fatto stesso che in quel treno l’ascolto fosse contemplato come un elemento costitutivo della regia multimediale dell’evento (secondo cui venivano messe “in onda”, attraverso un video a circuito chiuso anche le immagini dei vari scompartimenti-live act) rilanciava lo spirito di una straordinaria performance sinestetica, con intuizioni che di fatto anticipavano la multimedialità. Un aspetto che non addizionava medium a medium, ma moltiplicava il fattore percettivo, invitando a selezionare, a non soccombere al rumore di fondo delle ridondanze. E’ questa la differenza tra la multimedialità creativa e quella che si autocompiace delle tecnologie esposte.
Non dimentichiamo , nfatti, che il sottotitolo di quel Treno di Cage era “Alla ricerca del silenzio perduto”. Il silenzio inteso prima di tutto come attenzione e selezione e quindi come grado zero del paesaggio sonoro. Contemplato come un punto d’arrivo. In quell’esperienza memorabile del 1978, la ricerca del silenzio fu uno degli ardui obiettivi, così rivendicata allora da Juan Hidalgo, il musicista che (con Walter Marchetti) si occupò principalmente dei paesaggi sonori, a partire dallo sferragliare del treno diffuso all’interno dei vagoni: “accompagnato dal rumore del treno, nel viaggio di ritorno si ascolteranno i suoni della stazione di notte, vuota, calma, dove ritroveremo Il Silenzio Perduto”.
Cage impostò la sua ricerca musicale su questo paradosso: cercare il suono nel silenzio. Lo fece con un atto esemplare dal titolo 4’33” Silence che invitava ad ascoltare nel silenzio i suoni dell’ambiente. Quella composizione affermava semplicemente un intervallo, rivelando un’occasione extra-ordinaria per fare dell’ascolto dei rumori del mondo un evento. Una provocazione geniale (era il 1952) almeno quanto quelle prodotte da Marcel Duchamp che con la teoria del “ready made” mise in crisi lo statuto dell’opera d’arte esponendo gli oggetti trovati nella vita quotidiana.
Nella cultura occidentale quei fatti sono stati decisivi per rimettere in discussione alcuni automatismi, riconoscendo che la percezione, l’ascolto e la visione, non possono essere incanalati esclusivamente dalle sovrastrutture culturali predeterminate.
Per fare dello spiazzamento un valore di nuova sensibilità.
Per fare dell’ascolto “un piccolo teatro” come disse Roland Barthes.
Ed è proprio sulla base dell’ascolto, la nostra percezione più diretta, quella filogeneticamente primaria (il feto “sa” già ascoltare attraverso le vibrazioni nel liquido amniotico, come indica Murray Schafer) che si può elaborare un pensiero nuovo sul rapporto tra la nostra sensibilità e la realtà esterna in mutazione.
Le orecchie non hanno palpebra: il rumore del mondo ci invade e sta a noi, alla nostra elaborazione psicologica chiamata ascolto, selezionare.
Si tratta di una qualità che prescinde dalla sfera razionale, o meglio, quella determinata dalle funzioni dell’emisfero sinistro del cervello in cui riconosciamo, in cui colleghiamo un’esperienza ad un concetto. Tutto questo è inscritto nella nostra “cornice mentale” strutturata sul riconoscimento alfabetico: sulle parole date alle cose.
Ma non basta. Non può bastare. Vogliamo conoscere e non solo riconoscere. Vogliamo espandere la nostra dimensione cognitiva potenziandola con quella percettiva. E’ qui il punto.
L’ascolto è una soglia attraverso cui si accede al mondo e questo comporta una coscienza che fa della percezione un valore decisivo, quello filogeneticamente primario, per conoscere.
E’ naturale. Ma lo abbiamo dimenticato.
A ricordarcelo sono operazioni come il Treno di Cage che si pongono come punti di riferimento per una ricerca continua, attraverso cui si rinegozia, fase per fase, il rapporto tra il naturale e l’artificiale.
E’ questa la scansione della nostra evoluzione culturale in cui passa, fondamentalmente, il rapporto con le tecnologie che se utilizzate con particolari sensibilità ci offrono l’opportunità di espandere la nostra coscienza percettiva. Si tratta però di emanciparle dalle logiche meccanicistiche per rivolgerle alle nostre domande di mondo: il nostro desiderio di conoscenza.